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L'ultima giornata che luke36 ha vinto risale al 18 Dicembre 2009
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6 MatricolaSu luke36

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bannato per offese allo staff
- Compleanno 07/10/1968
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Durante la famosa intervista di Min? a Marco: Min?: "Perch? non vai al giro di Francia e lo vinci?" Marco: "Perch? qualcuno dubiterebbe..." Cos? si muore di depressione.
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http://www.youtube.com/watch?v=n9qZu7h5ys0&feature=relmfu Sentire parlare Ayrton si rimane sempre stupiti dalla maturit? dei suoi pensieri, nonostante la giovane et
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Racing is life, anything that happens before or after, is just waiting - Steve McQueen
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... car is an extension of you ... http://www.youtube.com/watch?v=UOL0ZeH6Re0&feature=g-vrec
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Strafogamento e dintorni
luke36ha risposto a Beyond in una Discussione nella sezione Discussioni Off-TopicNOTEVOLI !!!!!!!!! -
Gianni Mura ? stato vero amico di Marco. Un giornalista molto schivo, sincero e di poche parole. Qui una sua lettera a Marco. I sogni, la tristezza e due ali sul Tour di GIANNI MURA Caro Marco, so bene che scrivere una lettera a un morto pu? sembrare il massimo della retorica, ma questo sento di doverti adesso che sei sparito dalle prime pagine ma continui a restare in quelle che noi siamo, vecchi e giovani libri, muri, lavagne, cortecce, ricordi. E poi sulla retorica sono vaccinato, nulla ti e ci ? stato risparmiato, nemmeno Alessia Merz e Sinisa Mihajlovic che commentavano la tua morte, nemmeno il titolo "Ucciso dall'antidoping". Sarebbe il primo caso, mentre il doping ne ha uccisi parecchi. Ma devo dirti altre cose: in morte sei stato generoso come in vita. Una vita, cento discussioni: il doping, l'antidoping, la droga (l'altra), la depressione, la solitudine, la giustizia. Stanno cercando l'ultimo spacciatore, ma tu eri gi? spacciato. Non m'interessa che lo trovino, era l'ultimo. Avessero trovato il primo, sarebbe cambiato qualcosa? Non lo so. So che ? un'ingiustizia dire che t'avevano abbandonato tutti. Non ? vero n? per la tua famiglia n? per altri del gruppo, n? per la tua donna, quella che forse ti ha capito pi? di tutti, in un ambiente maschilista come pochi, quella che ha cercato di farti capire che si pu? vivere bene anche senza bicicletta, quella di cui rimpiangevi gli occhi e il cuore, in uno degli ultimi bigliettini che hai scritto. E credo che tu pensassi a lei, nel finale di quel documento letto nella chiesa di Cesenatico: "Questo documento ? verit?, la mia speranza ? che un uomo vero o una donna legga e si ponga in difesa di chi, come si deve dire al mondo, regole per sportivi uguali per tutti. E non sono un falso, mi sento ferito e tutti i ragazzi che mi credevano devono parlare". Io questo documento, che per com'? stato presentato si pu? definire testamento, o anche messaggio nella bottiglia che ci arriva da lontane isole, l'ho letto centinaia di volte. Credo che sia tutta roba tua, forse scritta in momenti diversi, perch? in queste righe ti ritrovo, ritrovo il tuo modo di ragionare e anche di correre. C'? qualche salto, qualche spezzatura, si capisce (si sa) che le hai scritte a Cuba (altrimenti hasta la victoria non si spiega), scritte sulle pagine del passaporto. Centinaia di volte, non esagero. Speravo che qualcuno lo analizzasse bene (non serve, ormai), invece hanno deciso che erano frasi da uno gi? di testa e amen. Mica tanto. In tv mi ha preso come un pugno quel passaggio: "Ma andate a vedere cos'? un ciclista e quanti uomini vanno in mezzo alla torrida tristezza per cercare di ritornare con quei sogni". Torrida tristezza, bellissimo, e anche quel cercare di ritornare (non sempre si riesce). Tarder? molto a nascere, se nasce: confesso che avevo pensato di cominciare cos? il pezzo, parafrasando il "Lamento" di Lorca per il torero Inacio caduto nell'arena. Perch? nella tua vita e nella tua morte disperata ci sono forti tracce di poesia. Ho lasciato stare, perch? il toro tu lo portavi dentro, finch? t'ha incornato e in apparenza ha vinto lui. Avrei anche potuto parafrasare Ungaretti: "Sono un ciclista/Un grido unanime/Un grumo di sogni". Hai scritto un messaggio pieno di speranze, di sogni, di cuore. Come quando pedalavi. E di umiliazioni, ferite, come quando non pedalavi. Una volta mi hai detto, in gergo ciclistico, che fino all'ultimo chilometro dal tuo cuore, la flamme rouge, potevano arrivare in tanti, ma nessuno avrebbe mai avuto la chiave per andare oltre gli ultimi duecento metri. L'hai detto con orgoglio.] Se qualcuno l'avesse avuta, quella chiave, saresti ancora vivo. Invece sei morto (ma non del tutto). Per colpa della giustizia e dei giornalisti, dicono quelli che pensano di amarti senza averti mai conosciuto (si pu? amare senza conoscere?), e di questi tempi a dire cos? non sbagli mai, ? una frase che vale come "piove, governo ladro". E' un complotto, dicono, ma a chi conveniva far fuori la gallina dalle uova d'oro? Te li ricordi quelli che protestavano contro la tv che continuava a riprendere la tua processione in coda, dopo la caduta sul Chiunzi? Il ciclismo non ? solo Pantani, dicevano. Gi?, ma senza Pantani che ciclismo ?? Se avevi nemici (non avversari, nemici) era in gruppo, per? nel testamento-documento tu parli da difensore di tutto il gruppo, "perch? si sta dando il cuore". Da capofila, con toni quasi profetici, con un inciso colloquiale, disarmante e disarmato: "e poi dopo come fai a non farti male". Te ne sei fatto e te ne hanno fatto, non c'? ematocrito alto che valga pi? di due settimane di stop, n? ombre (si sapr? mai com'? andata a Lugano col sangue di Forconi?) che meritino i tuoi ultimi anni da condannato a morte. Tu sei morto perch? la vita non aveva molto senso. Un suicidio ? un gesto tecnico, preciso, uno pu? lasciare un bigliettino come Esenin, Majakovskij e Pavese, oppure nulla. Una deriva come la tua ? un gesto diverso, e tu sei morto perch? eri diverso. S'era mai visto prima un corridore pelato e col pizzetto? S'era mai visto negli ultimi tempi un vincitore del Tour che non andasse forte a cronometro? Quando sei morto, ho scoperto che avevi vinto 34 corse in tutto. Merckx ne vinceva di pi? in una stagione. Ma era il modo, non il numero. Per questo Villeneuve ? stato pi? amato di Schumacher. Per questo al tuo funerale c'era Charly Gaul, malato, e c'era Michele Dancelli, altro sognatore nomade, che non ti ha mai conosciuto, forse, ma Cuba s?. Non morirai del tutto perch? il ciclismo ? lo sport pi? ricco di memoria e, per riflesso, di morti. Lo so gi? che da qualche parte, sulle strade del Tour, ci saranno sul gruppo due ombre taglienti, larghe, simmetriche. Le ali di Pantadattilo, ma qualche stupido dir? che sono nuvole.
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Lo so. Non ? un topic automobilistico o che narra le gesta di un pilota che ha fatto la storia della F1. Per? ho sempre pensato che lo sport, qualunque sport fosse, sia fatto da uomini e donne prima di tutto e il mio ricordo ? per Marco Pantani, vittima di un sistema che lo ha esaltato per poi divorarlo indegnamente. Non star? qui a narrare le sue gesta o a scrivere di polemiche inutili. Ma pubblicher? un articolo di Umberto Galimberti, scritto il giorno della sua scomparsa (San Valentino 2004), per far riflettere su quanto spesso non sappiamo ascoltare il prossimo, incapaci di provare a capire chi ci sta parlando. Marco ? morto a Madonna di Campiglio. La sua frase rilasciata davanti alle scalette dell'hotel, erano semplicemente un grido di aiuto che nessuno ha voluto ascoltare. Ci sono eventi che scatenano una depressione fatale e quel giorno fu cos?. Un valore di ematocrito pari a 52 (un punto di scarto dal momento che il cut off era di 50 + 1 [di tolleranza]), quando solo pochi giorni prima al controllo fatto a Marco dopo un'altra tappa del giro il valore era stato di 46. Da medico ho sempre avuto sospetti su quel 52 e la ragione ? semplicissima: l'eritropoietina (EPO) non agisce immediatamente ma ha bisogno di settimane di terapia e settimane per dare una risposta midollare efficace. Ora come era possibile che in pochi giorni il suo ematocrito passava da 46 a 52 ? Inoltre stava stradominando il giro e che ragione avrebbe mai avuto di utilizzare sostanze dopanti che peraltro, per agire abbisognano di settimane ? Fu chiarissimo per me che qualcosa "puzzava". Ma anche se fosse stato vero quel 52, nessuno prese in considerazione una banale spiegazione: quel giorno Marco fece una impresa mostruosa: gli salt? la catena e perse parecchi secondi mentre il gruppo se ne andava. Ebbe difficolt? a recuperarlo. Pass? 70 corridori ! Prese la testa della corsa e stacc? tutti. Disperse molte energie e soprattutto liquidi e per questo si emoconcentr?. L'ematorcito si alz? per una banale non adeguata reidratazione nel post gara. Tutto qui. Non a caso il controllo che Marco fece a Monza pochissimi giorni dopo era normale ! Ora chi utilizza l'eritropoietina ha valori di ematocrito alti anche a riposo e allora su Marco avrebbero dovuto trovare valori elevati anche a Monza. Cos? non fu. Alcuni reagiscono in un modo, altri no. Marco vide in quel 52 una onta al suo professionismo e alle sue fatiche. E ne aveva ben donde ! Per questo vi chiedo di rileggere questo articolo perch? spesso accade che la mente di una persona, reagisca in modo devastante ad eventi per altri non significativi. Ma sta a noi saper riconoscere i segni di tale reazione negativa perch? il riconoscerli potrebbe significare salvare una vita. Buona lettura. Pantani nel deserto dei depressi di UMBERTO GALIMBERTI La cosa pi? sconvolgente nella tragedia di Marco Pantani forse non ? la sua morte, ma l'assoluta solitudine in cui era stata lasciato negli ultimi anni, quando le glorie del campione cedevano il posto alle sofferenze mute e forse abissali dell'uomo. Educati come siamo alla cultura dell'applauso non sappiamo neanche dove sta di casa la cultura dell'ascolto. Distribuiamo farmaci per contenere la depressione, ma mezz'ora di tempo per ascoltare il silenzio del depresso non lo troviamo mai. Con i farmaci, utili senz'altro, interveniamo sull'organismo, sul meccanismo biochimico, ma la parola strozzata dal silenzio e resa inespressiva da un volto che sembra di pietra, chi trova il tempo, la voglia, la pazienza, la disposizione per ascoltarla? Tale ? la nostra cultura. E allora il silenzio diventa tumultuoso, e la depressione prende a parlare, non con le nostre parole banalmente euforiche o inutilmente consolatorie, ma con quelle rotture simili alla lacerazione delle ferite quando il corpo le conosce come ferite mortali. ? a questo punto che lo spettro della morte si annuncia e inizia a parlare con il tono tranquillo di chi sa di tenere nelle proprie mani tutte le sorti. Fine del baccano indiavolato in cui quotidianamente tentiamo di esprimere la nostra gioia. Un baccano che ? la parodia del grido d'angoscia che, se fosse ascoltato, ci farebbe riconoscere un uomo nel deserto delle cose. Un deserto che si espande da quel presente muto, in cui il depresso disabita per invivibilit? ogni evento, al passato che ha desertificato glorie, trionfi e amori che non si sono radicati, progetti estinti al loro sorgere, ricordi che non hanno nulla a cui riaccordarsi, in quella solitudine frammentata dove l'identico, nella sua immobilit? senza espressione, coglie quell'altra faccia della verit? che ? l'insignificanza dell'esistere. Non si pu? parlare neppure di disperazione, perch? l'anima del depresso non ? pi? solcata dai residui della speranza. E le parole che alla speranza alludono, le parole di tutti, pi? o meno sincere, le parole che non si rassegnano, le parole che insistono, le parole che promettono, le parole che vogliono guarire languono tutte attorno al depresso, come rumore insensato. Il rumore che gli altri, quelli che un tempo applaudivano, si scambiano ogni giorno per far tacere a pi? riprese quella verit? che il depresso, nel suo silenzio, dice in tutta la sua potenza. Bisogna avere il coraggio di vivere fino in fondo anche l'insignificanza dell'esistenza per essere all'altezza di un dialogo con il depresso. E solo muovendosi intorno a questa verit?, che ? poi la verit? che tutti gli uomini si affannano a non voler sentire, pu? aprirsi una comunicazione. Comunicazione rischiosa, non perch? ci pu? trascinare nella depressione, ma perch? pu? tradire la nostra insincerit?. Il depresso infatti ? sensibile al volto che smentisce la parola, e il suo silenzio smaschera la finzione e l'inconsistenza. Per questo i volti dei depressi sono rigidi e pietrificati. Abitando la verit? dell'esistenza con tutto il suo dolore, essi non stanno al doppio gioco della parola che danza disinvolta nell'insensatezza della vita, o che, impegnata, indica una formazione di senso laggi? ai confini del deserto. Il depresso sa che il confine, come l'orizzonte, ? sempre al di l? di ci? che di volta in volta appare come confine e orizzonte, sa che non c'? felicit? nella sequenza dei giorni, che il sole che muore ? lo stesso che risorge, e che nel cerchio perfetto che il ritorno disegna naufraga il progetto che per un giorno s'era levato per reperire un senso nella vita. Si pu? spezzare questo cerchio tragico e perfetto? S?, se siamo capaci di ritrovare l'essenza dell'uomo che H?lderlin indica l? dove dice: "Noi siamo un colloquio" . Il colloquio ? fatto solo di parole, ma le parole non si dicono solo, si ascoltano anche. Ascoltare non ? prestare l'orecchio, ? farsi condurre dalla parola dell'altro l? dove la parola conduce. Se poi, invece della parola, c'? il silenzio dell'altro, allora ci si fa guidare da quel silenzio. Nel luogo indicato da quel silenzio ? dato reperire, per chi ha uno sguardo forte e osa guardare in faccia il dolore, la verit? avvertita dal nostro cuore e sepolta dalle nostre parole. Questa verit?, che si annuncia nel volto di pietra del depresso, tace per non confondersi con tutte le altre parole. Parole perdute per il senso profondo della nostra esistenza, che ogni giorno tentiamo di disabitare dietro le maschere in cui ? dipinta ovviet?, incrostazioni di felicit?, recitate euforie. Esaltarci per i trionfi o piangere per la morte sono gesti insufficienti al limite dell'ovvio, cos? come non basta batter le mani tanto per una vittoria quanto per il passaggio di una bara. La depressione chiede di pi?: non entusiasmi, non pianti, non applausi. La depressione chiede ascolto. Quell'ascolto che tutti abbiamo negato a Marco Pantani e che, a partire dalla sua morte, potremmo incominciare a inaugurare come primo segno di una cultura meno plaudente perch? pi? riflessiva, pi? attenta alla solitudine degli uomini.
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Essere un talento in F1 non significa pigiare l'accelleratore e guidare alla "do cojo cojo". Grosjean ha mostrato velocit?. Ma francamente non basta. Per me non ? molto migliorato dai tempi della Renault. Pensavo che avesse imparato a non sfasciare monoposto (non solo la sua ma anche quelle degli altri). In altri tempi un pilota come Grosjean avrebbe finito molto presto la carriera ma ...... Grosjean ? stato fortemente voluto in Renault. Boullier sarebbe la primatesta a cadere se Grosjean fosse appiedato. Per questo e tante altre ragioni Grosjean rimane. Chi ? un vincente ? Di solito lo ? un pilota veloce ma preciso, dotato di sagacia tattica e lungimiranza. Qualit? che Grosjean ha solo in parte.
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Anche Stewart si scomoda per lui. Mah !
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Il commento di Horner sulla vicenda di Suzuka ? piuttosto pesante, secondo me.
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Questa foto non l'avevo mai vista.
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.. non ? che replicate una cena domani sera ? Nel caso vi raggiungo a Monza per le 20.45 (Tutor permettendo)
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Intervista ad Angelo Parilla "Ho scoperto un marziano" ?Ayrton era una persona educata, non rompeva mai, era calmo nei box ma quando scendeva in pista si trasformava e diventava il marziano che tutti conoscevano?. Chi parla ? Angelo Parrilla, 65 anni, fondatore della Dap insieme al fratello Achille e scopritore di Ayrton Senna, tre Mondiali vinti in Formula 1 (1988, 1990 e 1991), tragicamente scomparso a causa di un incidente il 1 maggio di 17 anni fa durante il Gp di Imola. ?Mio padre aveva un amico che era emigrato in Brasile ? racconta Parrilla -. I suoi figli correvano sui Kart: un giorno questo amico mi chiam? e mi disse che aveva visto un talento incredibile. Io investii su di lui e lo portai in Italia. Quel talento si chiamava Ayrton Senna?. Il brasiliano sbarc? cos? nel nostro Paese ad appena 17 anni, ma fece subito capire di che pasta era fatto. ?La prima volta che lo vidi era un ragazzino ? ricorda Parrilla -. Con noi doveva correre il Mondiale di Le Mans. Lo misi su un Kart e dopo cinque giri faceva gi? gli stessi tempi del campione del mondo Terry Fullerton. Era un marziano, una palla di fucile?. La scoperta di avere per mano un vero e proprio fenomeno arriv? per? nel momento della gara. ?Chiaramente sul giro veloce era una scheggia, ma era la mischia il suo elemento naturale. Quando c?era la competizione, si esaltava. In gara faceva ci? che voleva: sorpassi a destra e a sinistra. Per me era un marziano?. Senna ? sempre apparso come una persona riflessiva, pensierosa, quasi al limite della malinconia. ?A volte viveva in un incubo ? ricorda Parrilla -. Eravamo in viaggio per Le Mans e Ayrton mi disse di sentirsi fortunato, perch? aveva i soldi per correre mentre in Brasile tanti bambini morivano di fame. Era il 1978 e questo ragionamento arriv? da un ragazzino di nemmeno 18 anni?. Ma Parrilla, nei suoi anni trascorsi a fianco del campione di San Paolo, ha anche visto un Ayrton sorridente e spensierato: ?Eravamo a Fano per il Campionato Junior. Lui non correva, ma bazzicava nel box. Arriv? una ragazza molto bella e dopo qualche ora spar? con Ayrton. Due giorni dopo si present? a Parma per effettuare dei test. Lo rimandai a casa a dormire perch? era completamente distrutto da quelle 48 ore di fuoco?. Quello tra Parrilla e Senna ? stato un rapporto di complicit? e amicizia anche dopo l?approdo del sudamericano in Formula 1. ?Non passava spesso a Rozzano a causa dei suoi impegni, ma mi telefonava costantemente. L?ultima volta che l?ho sentito fu il gioved? prima di quel maledetto fine settimana a Imola. Mi disse che voleva lasciare la Formula 1, perch? non stava bene alla Williams. Voleva che lo aiutassi a tornare in Brasile per correre sui Kart?. Il destino ha invece spento ogni sogno alle 14.17 del 1 maggio 1994, quando il piantone dello sterzo della sua Williams si ? rotto, facendolo schiantare contro un muretto della curva Tamburello. ?Non credo alla fatalit? ? ricorda tra il commosso e l?arrabbiato Parrilla -. Non poteva succedere una cosa del genere, perch? il piantone dello sterzo non si salda nemmeno sui trattori agricoli. Inoltre la Williams non ritir? la seconda vettura perch? doveva prendere i soldi della partenza. Ayrton ? morto sul colpo, ma fecero la scenetta di portarlo in ospedale per non annullare il Gp. ?The show must go on?, come dicono gli americani?. Un legame, quello tra Senna e l?Italia, che si sarebbe rinforzato al termine di quel 1994, quando il brasiliano si era promesso alla Ferrari. ?Sarebbe andato a Maranello, era gi? tutto definito. La Rossa era un suo desiderio?. Senna lanciato nel mondo della corse da una casa italiana. Senna tragicamente scomparso, ed entrato nel mito dell?automobilismo a soli 34 anni, a Imola. Senna che avrebbe chiuso la sua carriera con la Ferrari. Un filo conduttore che lega in maniera indissolubile all?Italia quello che per molti ? stato il pilota pi? forte e spettacolare di tutti i tempi.
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E' ovvio che in ottica Bernie quello che ha fatto Grosjean NON VA BENE. Azzoppare Alonso e Hamilton ? grave e quindi a nocumento del campionato, ove leggasi interessi Ferrari e McLaren. Sono pi? che convinto che Domenicali e Co. abbiano non fatto pressioni, ma molto di pi? per far bannare Grosjean. Rimane comunque il fatto che illfrancese si ? esibito in perle fin qui non certo edificanti e forse ne ? uscito anche illeso dal punto di vista sanzionatorio. Pertanto l'insieme delle motivazioni e soprattutto interessi, ha portatooa una decisione simile che, secondo me, ? esagerata. Non puoi pensare di raffreddare l'agonismo di un pilota con una squalifica. Deve maturare da solo il concetto che le gare non terminano alla prima curva.
